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	<title>Alessandro Fusco &#187; Storie di rugby</title>
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	<description>Interamente dedicato al Rugby, in ogni sua forma e nazionalità.</description>
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		<title>La gente sceglie il rugby</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 17:10:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>
		<category><![CDATA[Italrugby]]></category>
		<category><![CDATA[Olimpico]]></category>
		<category><![CDATA[rugby]]></category>

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		<description><![CDATA[Perchè la gente sceglie il rugby]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/6946245497/" title="Pubblico azzurro by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm8.staticflickr.com/7058/6946245497_3c28c7ac38.jpg" width="500" height="331" alt="Pubblico azzurro"></a> Dopo una prima fase di generale simpatia suscitata da questi strani tipi del <strong>rugby</strong>, grandi grossi, simpatici e che vincono così di rado, i <strong>70.000</strong> dell&#8217;<strong>Olimpico</strong> e lo strabiliante successo commerciale (se rapportato ai risultati della Nazionale), cominciano a suscitare qualche invidia. <span id="more-2806"></span>Le frecciate da parte di alcune autorevoli penne sono un sintomo del grande successo del rugby italiano che qualcuno farebbe bene a studiare più da vicino e in maniera meno superficiale, prima di lasciarsi andare all&#8217;ironia.</p>
<p>Domani a Roma l&#8217;<strong>Italrugby</strong>, che lo scorso 11 febbraio sotto la nevicata più intensa caduta sulla Capitale a memoria d&#8217;uomo ha offerto una grande prova di organizzazione, metterà in scena qualcosa che altri sport dovrebbero imitare.</p>
<p>Le famiglie, gli appassionati vecchi e nuovi (molto più numerosi), i ragazzi che hanno deciso in un periodo in cui i soldi non si gettano via di investirne un bel po&#8217; (i biglietti non sono certo a prezzi stracciati) per trascorrere una giornata di festa sportiva troveranno molte cose che altrove non ci sono più, o non ci sono mai state.</p>
<p>Nel <strong>Terzo Tempo Peroni Village</strong> musica dal vivo, birra, premiazioni, un&#8217;area per imparare il rugby divertendosi tutti insieme prima e dopo la partita, senza violenza o pericoli fraternizzando con gli avversari.</p>
<p>Dentro lo stadio l&#8217;arbitro internazionale <strong>Giulio De Santis</strong> spiegherà dai maxi-schermi le decisioni dell&#8217;arbitro, mentre una scritta inviterà il pubblico a non fischiare i calciatori avversari.</p>
<p>Sul campo dove ogni domenica altri atleti si tuffano ingannando arbitri e avversari ci sarà <strong>Castrogiovanni</strong> che non voleva uscire nemmeno con una costola fratturata.</p>
<p>Magari è per questo, e per tanto altro, che la gente viene a vedere una squadra che perde così tanto.</p>
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		<title>Il rugby italiano celebra Mario Mazzuca</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 17:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Mazzuca]]></category>
		<category><![CDATA[Sei Nazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stadio Flaminio]]></category>
		<category><![CDATA[Villaggio Peroni Terzo Tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il rugby italiano per Mario Mazzuca]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/5512717172/" title=" lo sport italiano mazzuca by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm6.static.flickr.com/5135/5512717172_db4a1c9f1d.jpg" width="500" height="381" alt=" lo sport italiano mazzuca"class="alignmiddle" /></a> Il <strong>Sei Nazioni</strong>, che serba nella sua storia e nella tradizione il tesoro di un fascino inimitabile, è l&#8217;occasione per celebrare chi al rugby italiano ha dedicato gran parte della propria vita acquisendo meriti che vanno onorati. Questo è il caso di <strong>Mario Mazzuca </strong>(1910-1983), pioniere del rugby italiano prima come atleta poi come dirigente, di cui si celebra il centenario della nascita. <span id="more-2273"></span>Al suo nome è già dedicato il largo antistante la tribuna d&#8217;Onore dello <strong>Stadio Flaminio</strong> ma l&#8217;occasione della partita con la <strong>Francia</strong>, Paese cui Mazzuca fu profondamente legato, è ideale per ricordarlo nel programma ufficiale del match e per presentare al popolo del rugby l&#8217;annullo filatelico che Poste Italiane ha inteso dedicare a questa splendida figura di uomo di sport e che sarà possibile ammirare nello stand delle Poste presente all&#8217;interno del <strong>Villaggio Peroni Terzo Tempo</strong>.</p>
<p>Per saperne di più :</p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Mazzuca" target="_BLANK">http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Mazzuca</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>JPR Williams, professione estremo</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 18:44:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>
		<category><![CDATA[All Blacks]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Irvine]]></category>
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		<category><![CDATA[Galles]]></category>
		<category><![CDATA[Gareth Edwards]]></category>
		<category><![CDATA[JPR Williams]]></category>
		<category><![CDATA[Mc Bride]]></category>
		<category><![CDATA[Phil Bennett]]></category>
		<category><![CDATA[rugby]]></category>

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		<description><![CDATA[JPR Williams]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/4215905719/" title="JPR Williams by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm3.static.flickr.com/2540/4215905719_f338f04242.jpg" width="500" height="346" alt="JPR Williams"class="alignmiddle" /></a> <strong>JPR Williams</strong> è stato il primo estremo d’attacco della nuova generazione. Un’autentica leggenda degli <strong>anni ‘70</strong>, che in molti non dimenticano soprattutto in <strong>Galles</strong>, il paese dove nacque e dove deliziò le folle con le sue capacità offensive e per l’impeccabile gioco in difesa.<span id="more-1598"></span>Diversamente da <strong>Andy Irvine</strong>, leggendario estremo scozzese suo grande rivale nei <strong>British&amp;Irish</strong> <strong>Lions </strong>che basava il proprio gioco su  un&#8217;incredibile capacità di corsa,<strong>Williams</strong> era devastante nella metà campo avversaria con le sue terribili incursioni tra le linee nemiche.</p>
<p>Nonostante le sue corse sfrenate, non ha mai trascurato l&#8217;interpretazione difensiva del suo ruolo.</p>
<p>Il suo quasi soprannaturale senso della posizione gli permetteva di non fallire mai una presa, come ha dimostrato nel Tour dei British Lions in <strong>Sudafrica</strong>, al punto che i mediani di apertura avversari rinunciavano a calciare l&#8217;ovale vicino a <strong>Williams</strong>, perché avrebbero solamente concesso al gallese la possibilità di contrattaccare.</p>
<p>Grazie a un mix di tempismo, posizione e coraggio anche la sua abilità nel placcaggio divenne presto parte della sua leggenda.</p>
<p> Gli avversari che si scontravano con lui sembravano infrangersi contro un muro di mattoni.</p>
<p>Memorabile il suo intervento miracoloso sull’ala francese <strong>Gourdon</strong> nei pressi della linea di touche che permise al <strong>Galles</strong> di vincere il <strong>Grand Slam</strong> nel <strong>1976</strong>.<strong></strong></p>
<p>Al di là delle indiscutibili capacità tecniche, ciò che lo rendeva unico era il suo spirito competitivo e la sua fierezza, doti su cui si fondarono le vittorie dei due Tour dei <strong>Lions</strong>  nel <strong>1971</strong>  e nel <strong>1974</strong>, quando con i suoi placcaggi spettacolari e la sua sicurezza in difesa diedero a tutta la squadra la  giusta carica per sconfiggere i giganti dell’emisfero australe.</p>
<p><strong>John Peter Rhys Williams</strong> era figlio di due medici e divenne studente di medicina nel famoso istituto per traumi sportivi <strong>Millfield</strong>, nel Somerset.</p>
<p>Iniziò a fare sport giocando a tennis e ottenendo grossi risultati al punto che una delle storie che circolano su di lui narra che nel 1966 si impose nel tabellone dei giovani al Torneo di <strong>Wimbledon</strong>.</p>
<p>Ma il suo sport non era il tennis e così passò al <strong>rugby</strong>.</p>
<p> Dopo aver giocato alcuni incontri con il <strong>Bridgend</strong>, il giovane universitario frequentò l’istituto<strong> St Mary’s</strong> di Paddington  e in seguito entrò a far parte del  mitico <strong>London Welsh Club</strong>, mettendosi subito in luce e guadagnando un posto nella squadra gallese con cui partì per l’Argentina nel <strong>1968</strong>.</p>
<p>Il suo debutto internazionale fu l’inverno successivo contro la <strong>Scozia</strong> a Murrayfield, fianco a fianco con il terza-centro <strong>Mervyn</strong> <strong>Davies</strong>, anch’egli all’esordio.</p>
<p>Entrambi si guadagnarono la fama di giovani promesse spianando la strada verso quello che sarebbe strato un grande futuro internazionale.</p>
<p> <strong>Williams</strong> aveva solo 19 anni e prima di compierne 21 aveva collezionato altre dieci vittorie con la maglia dei <strong>Dragoni Rossi </strong> mentre tutti lo acclamavano per il suo coraggio e la determinazione.</p>
<p>Ebbe modo di confermare a tutti queste sue qualità anche contro gli<strong> All Blacks</strong> nel 1969, nonostante il tour fosse stato un disastro con i neozelandesi vittoriosi in entrambe le partite.</p>
<p>Ma il riscatto era alle porte e nel <strong>1971</strong> i <strong>Lions</strong> resero pan per focaccia guadagnandosi il loro primo <strong>Grand Slam</strong> dal 1952  e intascando la loro prima vittoria contro gli <strong>All Blacks</strong> grazie alla sua difesa perfetta e a un incredibile <strong>drop</strong> da 40 metri.</p>
<p> L’anno successivo a <strong>Twickenham</strong> realizzò la sua seconda meta con la maglia del Galles ma dopo aver vinto tre incontri internazionali, i problemi politici in <strong>Irlanda</strong> gli impedirono di infilare il Grande Slam nel 5Nazioni.</p>
<p>La sua corsa di <strong>28 presenze</strong> consecutive  fu interrotta nel <strong>1974</strong> quando un infortunio lo costrinse a saltare la partita contro l’Inghilterra a Twickenham, quando si fratturò la mandibola dopo un placcaggio sull’ala scozzese Billy Steele.</p>
<p><strong>Willie John McBride</strong> disse di lui: “Dubito che i <strong>Lions</strong> in Sudafrica senza <strong>Williams</strong> avrebbero avuto lo stesso successo, è stato fondamentale”.</p>
<p><strong>Barry John</strong> suo compagno di squadra in molti incontri internazionali  disse che il ruolo di <strong>JPR </strong> nell’ epoca d’oro del rugby gallese deve essere senz’altro sottolineato: “<strong>Williams</strong> aveva un tempismo eccezionale sapeva quando muoversi e soprattutto quando non farlo, era una sicurezza per tutta la squadra”.</p>
<p>La seconda metà degli anni <strong>&#8217;70</strong> fu un altro periodo d’oro per il  rugby gallese, che mise in bacheca quattro  <strong>Triple Crown</strong> e due  <strong>Grand</strong> <strong>Slam</strong>.</p>
<p>Ma poi la legge del Tempo cominciò ad esigere il suo ineluttabile tributo e, uno dopo l’altro, i protagonisti della vecchia guardia si ritirarono.</p>
<p><strong>Mervyn Davies</strong>, <strong>Gerald Davies</strong>, <strong>Gareth Edwards</strong> e <strong>Phil Bennett</strong>  lasciarono la scena.</p>
<p> <strong>JPR,</strong> che si era laureato, tornò agli studi per specializzarsi in chirurgia e ortopedia.</p>
<p>I suoi impegni di studio e lavorativi lo costrinsero a rinunciare così al tour dei <strong>Lions</strong> del 1977, ma l’anno successivo tornò a giocare per il <strong>Bridgend</strong> e fu nominato capitano proprio nell’anno del centenario trionfando nella finale della Coppa gallese contro il <strong>Pontypridd</strong>.</p>
<p>Quella fu la sua ultima stagione.</p>
<p>Il più famoso estremo della storia del rugby si ritirò con <strong>55 caps</strong> di cui 5 da capitano e una vittoria in meno rispetto al record gallese di <strong>Gareth Edwards</strong>.</p>
<p><strong>JPR</strong> decise di rimanere comunque nel mondo del rugby e di aiutare a mettere in piedi una clinica sportiva specializzata nel trattamento degli infortuni sportivi e rugbistici in particolare.</p>
<p>Nella sua ultima apparizione internazionale i tifosi gallesi gli tributarono un saluto commovente, fu il loro eroe per più di dieci anni.</p>
<p>Il mitico <strong>Rugby World</strong> gli dedicò la copertina, così come aveva fatto soltanto con Gareth Edwards.</p>
<p> Oggi <strong>JPR</strong> è un chirurgo ortopedico di successo e vive tranquillamente nella Valle del <strong>Glamorgan</strong>.</p>
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		<title>All Blacks, la nascita della leggenda</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 21:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>

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		<description><![CDATA[All Blacks, la nascita della leggenda]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/2105877875/" title="The Originals:New Zealand squad for their 1905-06 tour: (back row, l-r) John Corbett, Massa Johnston, Bill Cunningham, Frederick Newton, George Nicholson, Bronco Seeling, O Sullivan, Alex McDonald, Duncan McGregor, James Duncan; (middle row, l-r) Eric Har by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm3.static.flickr.com/2229/2105877875_7f0dcaf9a8.jpg" width="500" height="354" alt="The Originals:New Zealand squad for their 1905-06 tour: (back row, l-r) John Corbett, Massa Johnston, Bill Cunningham, Frederick Newton, George Nicholson, Bronco Seeling, O Sullivan, Alex McDonald, Duncan McGregor, James Duncan; (middle row, l-r) Eric Har"class="alignmiddle" /></a> <strong>Aotearoa</strong>, la terra della “lunga nuvola bianca”. Gli isolani chiamano così la <strong>Nuova Zelanda</strong>. Una terra di foreste e ghiacciai popolata da leggende, dove nascono guerrieri e  rugbisti, dove le grandi imprese sembrano possibili. <span id="more-1490"></span>Laggiù il rugby è una  religione che unisce le tre “anime” del popolo neozelandese.</p>
<p> I nativi <strong>maori</strong>, gli isolani <strong>tongani </strong>e <strong>figiani</strong>, i “<strong>pakea</strong>“, termine dispregiativo con cui i maori chiamano i bianchi.</p>
<p>Sono proprio due “pakea”, il ct <strong>Graham Henry</strong> e il capitano <strong>Mc Caw</strong>, a guidare gli <strong>All Blacks</strong> nel Tour 2009 che li porterà a riempire S.Siro  sabato 14<strong> (ore 15, diretta tv Sky Sport 1/La7)</strong> e che, per l’ennesima volta,  richiamerà dalle nebbie della memoria la leggenda degli invincibili tutti neri.</p>
<p> Risale al <strong>1905</strong> il primo, epico Tour europeo della squadra passata alla storia con il nome di <strong>Originals</strong>.</p>
<p>In quel tempo i viaggi  duravano mesi, gli oceani si solcavano a bordo delle navi e gli arbitri vestivano giacche tagliate dal sarto.</p>
<p>I neozelandesi stupirono il mondo, e non solo per quella strana danza- la <strong>Haka</strong><strong> </strong>- che mostravano al pubblico e agli avversari prima della partita in segno di sfida, certo, ma anche  per dimostrare l’integrazione tra bianchi e nativi.</p>
<p>Era una squadra piena di personaggi leggendari, come il capitano <strong>Gallagher</strong>, irlandese del Donegal, che morirà poi combattendo nelle Fiandre durante la I° guerra mondiale con gli Anzacs, le truppe coloniali che si coprirono di gloria nel Vecchio Continente.</p>
<p>Quella squadra giocò in Europa 35 partite vincendole tutte, tranne una passata alla storia come il match della <strong>meta fantasma</strong>.</p>
<p>Successe contro il <strong>Galles</strong>.</p>
<p> Con il punteggio in bilico i neozelandesi in capo ad una travolgente azione corale spedirono <strong>Bobby</strong> <strong>Deans,</strong> bisnonno dell’attuale coach dell’Australia, a violare la linea di meta.</p>
<p>Ovale schiacciato a terra per tutti ma non per l’arbitro, lontano per non essere riuscito a seguire la rapida azione.</p>
<p>Non erano ancora i tempi del TMO, la moviola in campo, la meta fu annullata.</p>
<p>Anni dopo, sul letto di morte, <strong>Deans</strong> se ne andò pronunciando la frase:”dite ai gallesi che quella meta io l’ho segnata”, consegnandone alla storia il ricordo.</p>
<p>Proprio nel 1905 in Nuova Zelanda nasceva <strong>George Nepia</strong>, un maoro che giocando da estremo con la maglia n.15 guidò a 19 anni, nel <strong>1924</strong>, la seconda spedizione europea degli All Blacks passata alla storia come quella degli <strong>Invincibili</strong>.</p>
<p>Il Tour fu lunghissimo e la squadra giocò decine di partite vincendole tutte, con un unico rammarico: i neozelandesi non poterono fregiarsi del titolo dello <strong>Slam </strong>(possibile solo quando batti tutti gli avversari britannici) per non aver incontrato la <strong>Scozia</strong>.</p>
<p> Da allora le radici della leggenda nera si radicano sempre più profonde, le maglie con la felce d’argento diventano il simbolo stesso del rugby nel mondo, l’immagine della vittoria.</p>
<p> Le storie si incarnano nei volti e nelle imprese di campioni indimenticabili che, ad ogni Tour, aggiungono pagine al libro della gloria.</p>
<p>Nel 1963 il capitano è <strong>Wilson Whineray</strong> e la sua faccia è in tutto il mondo grazie alla televisione, il media che diffonderà ovunque il brand <strong>All Blacks</strong>.</p>
<p> La galleria è lunga.</p>
<p><strong>Colin Meads</strong> si guadagna il soprannome di “Pino” durante quindici anni di carriera internazionale, <strong>Brian Lochore</strong> e <strong>Graham Mourie</strong>, firmano grandi imprese  come giocatori prima e da allenatori poi.</p>
<p>E ancora il grande cecchino <strong>Grant Fox</strong>, <strong>“Buck” Shelford</strong>, <strong>John Kirwan</strong> fino a <strong>Tana Umaga</strong> e <strong>Jonah Lomu</strong>.</p>
<p>Sono loro gli Eroi divini che hanno scritto la leggenda di una squadra condannata ad essere sempre vincente, tranne che ai Mondiali.</p>
<p>Un solo alloro iridato (in casa nel 1987) per gli <strong>All Blacks</strong> che nel 2011, ancora in Nuova Zelanda, sperano di ripetersi finalmente.</p>
<p>E allora tutti a vederli sabato a S.Siro.</p>
<p>Guardandoli giocare sembrerà che assieme a loro corrano ancora gli eroi del passato Gallagher, Deans e Nepia.</p>
<p> Guardandoli giocare ci si innamorerà di quelle felci argento sulle maglie nere.</p>
<p>Ci si innamorerà del rugby e della sua leggenda.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le leggende del rugby:&#8221;Gibbo&#8221; Gibson</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2009 18:32:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>
		<category><![CDATA[All Blacks]]></category>
		<category><![CDATA[Barry John]]></category>
		<category><![CDATA[Cinque Nazioni]]></category>
		<category><![CDATA[COlin Meads]]></category>
		<category><![CDATA[Gibson]]></category>
		<category><![CDATA[Twickenham]]></category>

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		<description><![CDATA[Le leggende del rugby:"Gibbo" Gibson]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/3862086535/" title="Mike Gibson by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm3.static.flickr.com/2421/3862086535_4e52538011.jpg" width="381" height="500" alt="Mike Gibson"class="alignmiddle" /></a> <strong>Cameron Michael Henderson Gibson</strong>, più noto come Mike o &#8220;Gibbo&#8221;,  è nato a Belfast il 3 dicembre 1942 ed è una delle grandi leggende del rugby internazionale. Fece la fortuna di <strong>Irlanda</strong> e <strong>Lions</strong> negli anni &#8217;60 e &#8217;70, conquistando il Cinque Nazioni nel <strong>1974</strong> con i verdi e ben 12 presenze con la maglia rossa dei Leoni.<span id="more-1297"></span>Dominò la scena britannica e mondiale nella seconda parte degli anni 60 e per tutti i 70, giocando con la nazionale del trifoglio e con i Lions.</p>
<p>La sua prima apparizione con la maglia verde fu a soli <strong>21 anni</strong> nel tempio di <strong>Twickenham</strong> durante il Cinque Nazioni del &#8217;64 e coincise con una netta vittoria <strong>18-5</strong>.</p>
<p>Iniziò giocando <strong>apertura</strong>, ma è nel ruolo di <strong>centro</strong> che si distinse maggiormente e dopo il suo ritiro lasciò un vuoto, conquistando un posto fisso nel XV più forte di tutti i tempi.</p>
<p>Le sue principali caratteristiche di gioco  erano una incredibile <strong>visione di gioco</strong>, l&#8217;abilità nel <strong>placcaggio</strong> (nonostante un fisico non dominante), la precisione nel <strong>gioco al piede</strong> e la velocità di base, soprattutto nei primi 20 metri.</p>
<p><strong>Chris Laidlaw</strong>, mediano di mischia degli <strong>All Blacks</strong> di quegli anni, lo definì &#8220;un ammiraglio rosso in un campo di cavoli&#8221;, per sottolineare la sua versatilità e la capacità di compiere indistintamente tutti i gesti del repertorio rugbistico.</p>
<p>Giocò infatti in quattro posizioni dei trequarti, <strong>mediano di mischia</strong> al liceo, <strong>apertura</strong> all&#8217;università e a inizio carriera, <strong>centro</strong> negli anni d&#8217;oro e <strong>ala</strong> negli ultimi anni con l&#8217;Irlanda.</p>
<p> È difficile dire se fu più forte come attaccante o come difensore, dal momento che nel placcaggio era pressoché perfetto, ma anche nelle fasi di attacco era di un livello superiore.</p>
<p> Merito del primo periodo da mediano d&#8217;apertura, dove acquisì una tecnica di passaggio che metteva i compagni in grado di trovare ampi spazi nelle difese e un efficace gioco al piede, che gli guadagnarono un posto tra i migliori piazzatori della storia.</p>
<p> Un altro punto forte del suo repertorio era la sua resistenza alla fatica, quella capacità di essere imprevedibile nei minuti finali quando gli altri &#8220;staccavano la spina&#8221;.</p>
<p>Studiò al <strong>Campbell College</strong> di Belfast e subito si mise in evidenza per la sua dimestichezza con l&#8217;ovale e per la sua velocità, giocando apertura.</p>
<p>Frequentò l&#8217;Università a <strong>Cambridge</strong> dove studiò legge e divenne una colonna della famosa selezione dei <strong>Light Blues</strong>.</p>
<p>Nell&#8217;autunno del 1963 disputò il suo primo <strong>Varsity match</strong> contribuendo con una meta alla vittoria sui rivali di Oxford 19-11.</p>
<p> L&#8217;anno dopo fu selezionato con la nazionale irlandese.</p>
<p> Giocò con l&#8217;<strong>Irlanda</strong> per ben 15 anni, conquistando <strong>69 caps</strong> (un&#8217;enormità per l&#8217;epoca), segnando la bellezza di <strong>112 punti</strong> (9 mete, 16 calci piazzati, 7 trasformazioni e 6 drop), un bottino che non può che lasciarlo impresso nel libro dei record.</p>
<p>Mai nessuno nel suo Paese fu così longevo con la maglia dei verdi, il suo record di presenze resistette per 26 anni fino al 2005 quando la seconda linea Malcom O&#8217;Kelly lo raggiunse.</p>
<p>Ma i record più importanti di <strong>Mike Gibson</strong> vestono il colore rosso della maglia dei <strong>Lions</strong>.</p>
<p>È infatti il giocatore che ha collezionato più test match con i Lions: ben <strong>12</strong> prendendo parte alle tournèe del <strong>1966</strong> in Australia, del <strong>1968</strong> in Sudafrica e del <strong>1971</strong> in Nuova Zelanda.</p>
<p>Al Loftus di Pretoria entrò al posto dell&#8217;infortunato <strong>Barry John</strong> e quell&#8217;episodio entrò nella storia come la prima sostituzione nel panorama internazionale.</p>
<p> L&#8217;anno dopo si fratturò lo zigomo e il suo posto all&#8217;apertura fu preso da <strong>Barry McGann</strong> e quando rientrò passò centro.</p>
<p>&#8220;All&#8217;apertura devi coinvolgere la linea dei trequarti a centro, invece, sei più libero di esprimere te stesso.</p>
<p>Se vuoi correre lo devi fare al centro del campo, è per questo che preferisco giocare in quel ruolo.</p>
<p>Sei più vicino al pallone e hai il sostegno di tutti&#8221; disse un giorno <strong>Mike Gibson</strong>.   </p>
<p>Nel Paese dei Maori, nel Tour del &#8217;71 <strong>&#8220;Gibbo&#8221;</strong> visse il suo apice sportivo, lasciando un&#8217;impronta indelebile nella storia del rugby.</p>
<p>Fu il giocatore chiave nella storica vittoria della serie contro gli <strong>All Blacks</strong>, divenendo il punto di riferimento di tutto il gruppo.</p>
<p><strong>Barry John</strong>, altro artefice del successo dei Lions in Nuova Zelanda  disse di lui: &#8220;mi piace giocare con Mike al fianco, perché passare la  palla ad un altra apertura mi dà molta fiducia sulla riuscita dell&#8217;azione, è come se fosse la mia estensione&#8221;.</p>
<p>E <strong>Gibson</strong> replicò: &#8220;è stato esaltante giocare in una squadra così ricca di talenti, quando Barry aveva la palla in mano io provavo a fare qualcosa di impossibile, di non ortodosso e lo facevo, perché con quella squadra, molte cose riuscivano&#8221;.</p>
<p>Per <strong>Colin Meads</strong>, leggenda degli <strong>All Blacks</strong> che incontrarono i Lions, il segreto del successo  furono proprio gli uomini al centro del campo: <strong>Gibson</strong>, <strong>Barry John</strong> e <strong>Mervyn Davies</strong>.</p>
<p>Gibson saltò per infortunio i test match nei Tour dei Lions del 1974 e del 1977.</p>
<p> Il suo comportamento fuori dal campo era impeccabile, da vero gentiluomo, calmo, riservato, ma per la sua eccessiva introversione in molti non lo vedevano bene come capitano.</p>
<p>Nel <strong>1978</strong> annunciò il ritiro ma l&#8217;anno successivo ottenne le sue ultima presenze in maglia verde, 15 anni dopo il suo debutto.</p>
<p> Concluse la sua carriera con una doppia vittoria a 37 anni sull&#8217;Australia in tournèe, ma continuò a giocare nel suo club fino a <strong>42 anni</strong>, facendo da guida per i giovani.</p>
<p><strong>Gibson</strong> oggi è un noto avvocato civilista a Belfast e nel suo studio c&#8217;è un altro nazionale irlandese, il 36enne <strong>David Humphreys</strong>, apertura da 73 caps, che si divide tra tribunali e la maglia e, da questa stagione, la conduzione tecnica dell&#8217;Ulster.</p>
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		<title>L&#8217;Aquila ai play-off, dedicato a Lorenzo</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 17:33:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>
		<category><![CDATA[Corolenco]]></category>
		<category><![CDATA[Crasoli]]></category>
		<category><![CDATA[Farmer]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Sebastiani]]></category>
		<category><![CDATA[Mascioletti]]></category>
		<category><![CDATA[Sweeney]]></category>

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		<description><![CDATA[L'Aquila ai play-off]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/3420205493/" title="Lorenzo Sebastiani by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3311/3420205493_e590a75b26.jpg" width="200" height="266" alt="Lorenzo Sebastiani"class="alignright" /></a> A tre settimane dal terremoto <strong>L&#8217;Aquila Rugby</strong> regala un sorriso alla propria gente. <span id="more-1087"></span>Vincendo a S. Donà con il punteggio di <strong>36-8</strong> grazie alle mete di <strong>Cerasoli</strong>, aquilano doc, <strong>Farmer</strong>(2) e <strong>Corolenco</strong>, i neroverdi di <strong>Mascioletti</strong>, che si allenano a Roma ospiti della <strong>FIR</strong>, conquistano con una giornata di anticipo la semifinale play-off che li vedrà opposti alla <strong>Mantovani Lazio</strong>.</p>
<p> A <strong>S.Donà</strong> è stata intitolata una via a <strong>Lorenzo Sebastiani</strong>, 20enne pilone aquilano e nazionale U.20, prematuramente rapito alla vita e al rugby dal sisma assassino.</p>
<p>La vittoria è per lui.</p>
<p><strong>ORVED SAN DONA&#8217; L&#8217;AQUILA = 08-36 (08-14)<br />
</strong><br />
<strong>San Donà</strong>: Secco, Bressan, Cadorin (61 Buratto), Trevisan (58 Pauletti),<br />
Florian, Cibin, Zanet G. (55 Toffolo), Moscarda, Rodriguez, Di Maggio,<br />
Moran, Venturato, Pesce (58 Mazzon), Bincoletto (62 Bucciol), Ceneda.<br />
<strong>All</strong>.: Dalla Nora.</p>
<p><strong>L&#8217;Aquila</strong>: Carpente, Santillo, Di Massimo, Farmer, Paolucci, Sweeney,<br />
Fidanza, Zaffiri, Tagliavento, Corolenco, Siddons, Cerasoli,<br />
Giacoponi, D&#8217;Auria, Bocchino. <strong>All</strong>. Cavallo.</p>
<p><strong>Marcatori</strong>: 3 cp Cibin; 8 Mt Cerasoli; 14 cp Sweeney; 18 cp Sweeney;<br />
23 cp Sweeney; 39 Mt Cadorin; II° Tempo: 52 cp Sweeney; 56 Mt<br />
Farmer; 77 Mt Corolenco; 87 Mt Farmer tr Sweeney.</p>
<p><strong>Arbitro</strong>: Sironi di Colleferdferro.<br />
<strong>Note</strong>: cartellini gialli: al 35 per Farmer;</p>
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		<title>Andy Irvine, la spina nel fianco</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 23:18:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>
		<category><![CDATA[5 Nazioni]]></category>
		<category><![CDATA[All Blacks]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Irvine]]></category>
		<category><![CDATA[Lions]]></category>
		<category><![CDATA[wallabies]]></category>

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		<description><![CDATA[Irvine, il più grande estremo scozzese]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Andy Irvine by alefusco, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/3219113010/"><img class="alignmiddle" src="http://farm4.static.flickr.com/3356/3219113010_27630c154f.jpg" alt="Andy Irvine" width="500" height="485" /></a><br />
Prima regola: contrattaccare. Era questo il credo dell’estremo scozzese che con la sua corsa ha messo in crisi le difese di mezzo mondo, entrando nella storia del rugby. <strong>Andy Irvine</strong> è stato il più grande estremo d’attacco che la Scozia abbia mai visto. <span id="more-800"></span></p>
<p>Con <strong>51</strong> presenze con la maglia del Cardo, <strong>15</strong> da capitano, 3 Tournée dei <strong>Lions</strong>, più di <strong>250</strong> punti, <strong>5</strong> mete in un solo match, peraltro contro gli <strong>All Blacks</strong>, Irvine si è guadagnato un posto nell&#8217;Olimpo della palla ovale.</p>
<p>Numeri da capogiro che ci possono dare un idea del suo grande talento, un talento che gli permetteva all’improvviso di accendere la partita, come per magia, fin dal suo memorabile debutto a Murrayfield a 21 anni contro gli All Blacks di <strong>Ian Kirkpatrick</strong>.</p>
<p>Era il <strong>1972</strong> e, nonostante la sconfitta, il giovane estremo fu portato in trionfo dai tifosi per il modo entusiasmante di interpretare il gioco, senza paura di attaccare in qualunque momento, da qualsiasi parte del campo.</p>
<p><strong>Andrew Robertson Irvine</strong>, nato ad Edimburgo nel <strong>1951</strong>, si formò al George Heriot Instutute, per poi laureasi all’università di Edimburgo.</p>
<p>Fu destinato al ruolo di <strong>estremo</strong> quasi per tradizione, visto che sette tra i migliori estremi scozzesi di sempre (Dan Drysdale, Jimmy Kerr, Tommy Kerr, Ian Thomson, Ken Scotland, Colin Blaikie e Ian Smith), avevano frequentato tutti il suo stesso istituto e Andy non avrebbe potuto aspirare a un pedigree migliore.</p>
<p><strong>Andy Irvine</strong> mise in mostra la sua classe fin dal suo primo incontro con il pallone da <strong>rugby</strong>, guadagnandosi molto rapidamente la fama di attaccante micidiale.</p>
<p>E fu proprio il ruolo di estremo che gli permise di esprimere al meglio le sue doti, quando riusciva a recuperare le palle alte, calciate dalle ali avversarie, umiliando la difesa nemica con contrattacchi travolgenti.</p>
<p>Non fu molto fortunato con i <strong>Lions</strong> perché nel ruolo di estremo gli preferivano un altro grandissimo, <strong>JPR Williams</strong> e quindi lo schieravano all’ala come nel tour del ’74.</p>
<p>Sia Williams che l’altro grande estremo scozzese, <strong>Bruce Hay</strong> (stroncato da un tumore all’inizio di ottobre, a solo 57 anni ), erano probabilmente superiori in difesa a Irvine, ma lo studente della Heriot aveva classe da vendere e non poteva essere tagliato fuori.<br />
<strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"></strong></p>
<p>Aveva una corsa lineare e veloce, a scuola aveva vinto il titolo dei 100, 200 e 400 metri, e rifugiarsi in rimessa con un calcio non era nel suo stile, lui cercava sempre il contrattacco.</p>
<p>I <strong>Lions</strong> gli saranno eternamente grati per il record di punti segnati in Sud Africa, ben <strong>156</strong>, per non parlare dei suoi 87 punti, con ben <strong>11 mete</strong>, nel viaggio in <strong>Nuova Zelanda</strong> del 1977.</p>
<p>Persino gli <strong>All-Blacks</strong> si sono dovuti inchinare alla sua atipicità come estremo.</p>
<p>Durante un match con la Nuova Zelanda, riuscì a sorprendere e deliziare le folle con ben <strong>5 mete</strong>, costringendo i Kiwi a rinunciare a calciare nella sua zona.</p>
<p>Nel &#8217;74 un grave infortunio lo bloccò per tutta la stagione, ma con una grande forza di volontà riuscì a tornare in campo bruciando i tempi e più forte di prima.</p>
<p>Già idolo della folla, la sua popolarità aumentò a dismisura in tutto il Regno Unito: in lui non si vedeva solo il grande talento rugbistico.</p>
<p>Ora, dopo l’infortunio, se ne ammirava il lato umano.</p>
<p>Nel &#8217;76 fu selezionato con i <strong>Barbarians</strong> per il tour di Pasqua, un’altra soddisfazione da aggiungere alla sua carriera di successo.</p>
<p>Nel &#8217;79 gli scozzesi avevano la miglior linea dei tre quarti del <strong>5 Nazioni</strong>, non supportata, però, da una mischia che aveva perso smalto.</p>
<p>La <strong>Scozia</strong> faticava, ma lui continuava a segnare: in meta, in quella edizione, contro Galles Irlanda e Francia.</p>
<p>E quella fu davvero la sua grande stagione, perché guidò anche il suo club, <strong>l’Heriot</strong>, alla vittoria nel primo campionato scozzese con una squadra che si identificava con lo stile del suo capitano.</p>
<p>Nel 1980 prese parte alla tournée dei <strong>Lions</strong> in Sud Africa e nell’82 guidò la <strong>Scozia</strong> alla prima vittoria all’Arms Park di Cardiff dopo 20 anni contro i gallesi che, costretti alla resa, interrompevano un record che durava da ben 27 partite.</p>
<p>Chiuse la sua carriera alla grande nello stesso anno: nel tour in <strong>Australia</strong> fu il capitano della prima vittoria esterna della Scozia contro i <strong>Wallabies</strong>, piegati 12 a 7 a Brisbane.</p>
<p>Fu, insieme, a <strong>Gavin Hastings,</strong> il miglior estremo scozzese di tutti i tempi, con i suoi scatti brucianti e i suoi imprevedibili cambi di passo.</p>
<p>In un recente sondaggio in patria in molti lo hanno votato considerandolo il miglior estremo d’attacco dell’era moderna, anche se il piede di Gavin Hastings era sicuramente più micidiale del suo.</p>
<p>Nel <strong>2005</strong> Irvine è diventato presidente della <strong>Scottish Rugby Union</strong>, carica che ha lasciato da pochi mesi.</p>
<p>Come presidente della SRU ha appoggiato chi chiedeva la chiusura del <strong>Border Reivers</strong>, club professionistico che era stato la spina dorsale del Rugby scozzese negli ultimi 50anni.</p>
<p>Secondo alcuni, solo il neozelandese <strong>Christian Cullen</strong> può competere con <strong>Irvine</strong> per il titolo di più grande estremo d&#8217;attacco di tutti i tempi.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Prima della Scozia il ricordo di quelli del &#8216; 73&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Mar 2008 22:35:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>

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		<description><![CDATA[Commemorazione della nazionale del 1973
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/2333226981/" title="l'Italia 1973 by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm3.static.flickr.com/2028/2333226981_42e401097e.jpg" width="500" height="366" alt="l'Italia 1973"class="alignmiddle" /></a> Oggi la maglia azzurra ha bisogno di una <strong>vittoria </strong>per costruire il proprio futuro, ma il futuro poggia i piedi sulle spalle del passato. E allora, spazio ai ricordi. Sono passati <strong>35 anni</strong> da quando, nel <strong>1973</strong>, partiva il primo, storico tour <strong>dell’Italia </strong>in Sudafrica. In quell’avventura in cui gli azzurri giocarono ben nove incontri vincendo con il punteggio di <strong>24-4</strong> contro i mitici <strong>Leopards</strong>, la rappresentativa sudafricana riservata ai giocatori neri, nacque e si formò un gruppo di giocatori che di lì in avanti costituirono l’ossatura della squadra per 10 anni.</p>
<p><span id="more-515"></span><br />
Un capitano, <strong>Marco Bollesan</strong>, alla guida di 26 compagni tra i quali nomi del calibro di  <strong>Ambrogio Bona</strong>, <strong>Altigieri</strong>, <strong>Arturo Bergamasco </strong>– il papà di Mirco e Mauro – <strong>Nello Francescato</strong>, <strong>Rocco Caligiuri</strong>, <strong>Salvatore Bonetti</strong>.</p>
<p>Nomi che hanno fatto la storia della <strong>maglia azzurra</strong>.</p>
<p>Prima di <strong>Italia-Scozia</strong> scenderanno di nuovo sull’erba del <strong>Flaminio </strong>per ricevere dal presidente <strong>Dondi </strong>una medaglia commemorativa.</p>
<p>Giusto onorare chi diede inizio alla dimensione internazionale del rugby italiano.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Gli episodi che hanno fatto la storia del rugby. Fu vera meta?</title>
		<link>http://www.alessandrofusco.com/blog/2007/12/gli-episodi-che-hanno-fatto-la-storia-del-rugby-fu-vera-meta/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=gli-episodi-che-hanno-fatto-la-storia-del-rugby-fu-vera-meta</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Dec 2007 22:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.alessandrofusco.com/wordpress/?p=422</guid>
		<description><![CDATA[The Originals
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/7142999@N05/2105877875/" title="The Originals:New Zealand squad for their 1905-06 tour: (back row, l-r) John Corbett, Massa Johnston, Bill Cunningham, Frederick Newton, George Nicholson, Bronco Seeling, O Sullivan, Alex McDonald, Duncan McGregor, James Duncan; (middle row, l-r) Eric Har by alefusco, on Flickr"><img src="http://farm3.static.flickr.com/2229/2105877875_d73011f35b_o.jpg" width="511" height="362" alt="The Originals:New Zealand squad for their 1905-06 tour: (back row, l-r) John Corbett, Massa Johnston, Bill Cunningham, Frederick Newton, George Nicholson, Bronco Seeling, O Sullivan, Alex McDonald, Duncan McGregor, James Duncan; (middle row, l-r) Eric Har"class="alignmiddle" /></a> Nel <strong>1905 </strong>gli <strong>Originals</strong>, la nazionale neozelandese in tournée nel Regno Unito, vinse tutte le partite. Tranne quella con il <strong>Galles</strong>. Ma il risultato finale fu deciso da una decisione arbitrale che non concesse una meta agli Originals. Ma <strong>Bob Deans </strong>aveva segnato. Oppure no?</p>
<p><span id="more-422"></span><br />
<strong>Cardiff, 16 dicembre 1905</strong>.</p>
<p>Non fa tanto freddo e c’è il sole, anche se le piogge dei giorni precedenti hanno reso il terreno dell’<strong>Arms Park</strong> una sorta di pantano.</p>
<p>Lo stadio è pieno all&#8217;inverosimile, le cifre ufficiali parlano di <strong>47mila</strong> persone, accalcate già da ore intorno al campo, mentre altre <strong>20mila</strong> non sono riuscite a entrare.</p>
<p>In programma c’è l’ultima partita, la più importante dell’intera tournèe degli <strong>Originals</strong>, la nazionale neozelandese, che sin dall’inizio di settembre sta mietendo vittime in giro per la <strong>Gran Bretagna</strong>.</p>
<p>In quel tempo le tournèe duravano mesi, si trattava di vere e proprie campagne.</p>
<p>Hanno giocato <strong>32 partite</strong> vincendole tutte e incassando solo <strong>7 mete</strong>.</p>
<p>Ha già regolato <strong>Irlanda</strong>, <strong>Scozia </strong>e <strong>Inghilterra</strong>.</p>
<p>Ora tocca al <strong>Galles</strong>, vincitore della <strong>Triple Crown</strong>.</p>
<p>Gli <strong>Originals</strong> ( solo più tardi si chiameranno <strong>All Blacks</strong>) erano arrivati in nave, dopo<strong> 41 giorni</strong> di traversata e per i britannici e per l’Europa del rugby fu una brutta sorpresa.</p>
<p>il gioco dei neozelandesi era un mix di aggressività, grazia e potenza: passaggi precisi, ariosi, e potenti incursioni in velocità.</p>
<p>Gli <strong>avanti </strong>non erano una sorta di “operai” addetti ai lavori pesanti, ma erano veloci e partecipavano al gioco dei trequarti.</p>
<p>Dunque, nella partita con il Galles, la vittoria degli <strong>Originals </strong>avrebbe suggellato una superiorità schiacciante nei confronti dei “maestri britannici”.</p>
<p>Alla 14,20 i neozelandesi, in un silenzio assoluto, “recitano” la loro <strong>Haka</strong>, poi 47mila gallesi rispondono cantando<strong> “Land of My Fathers”, </strong>cominciando una rivalità speciale che dura ancora oggi, intatta nella sua intensità come allora.</p>
<p>Nell’aria c’è la sensazione che qualcosa di storico stia per accadere.</p>
<p>L’arbitro, lo scozzese <strong>John Dewar Dallas</strong>, rigorosamente in giacca e cravatta, fischia l’inizio del match.</p>
<p>Il pallone è una informe massa incrostata dal <strong>fango</strong>.</p>
<p>I gallesi cominciano fortissimo, prendono il sopravvento con la mischia e, dopo pochi minuti, il mediano <strong>Cliff Pitchard</strong> raccoglie una palla pulita dalla mischia e la apre velocemente dalla parte chiusa.</p>
<p>Un passaggio e l’ala <strong>Teddy Morgan</strong> si libera lungo la touche.</p>
<p>Corre, corre come il vento e deposita in meta, <strong>3-0</strong>.</p>
<p>La trasformazione non riesce e il punteggio resta così.</p>
<p>Si scatena la furia dei <strong>neozelandesi</strong>, le provano tutte finché, verso la fine della partita, arriva l’occasione.</p>
<p>I gallesi vincono una touche e calciano lungo.</p>
<p>La palla non esce, l’ala <strong>Billy Wallace</strong> la prende al volo e parte in contrattacco.</p>
<p>Evita uno, due, tre placcaggi poi, bloccato da due avversari, riesce a passare al <strong>tre quarti-</strong><strong>centro </strong>in sostegno.</p>
<p>Quel centro si chiama <strong>Bob Deans</strong>, è di Canterbury, ha 21 anni ed  è il più giovane giocatore di quella squadra.</p>
<p>Nella tournèe ha giocato <strong>21 partite</strong>, segnando <strong>20 mete</strong>.</p>
<p><strong>Deans </strong>riceve quell&#8217;ovale, se lo stringe forte al petto e parte verso la linea di meta.</p>
<p>Un frontino, una paio di cambi di direzione e la linea si avvicina, mentre l’ala e l’estremo gallesi si avvicinano nel disperato sforzo difensivo.</p>
<p>La meta è li, <strong>Deans </strong>si tuffa e tocca oltre la linea ma, nello stesso momento, tre gallesi gli sono addosso e nello slancio lo riportano di pochi centimetri indietro.</p>
<p><strong>Deans </strong>resta li, sotto gli avversari.</p>
<p>Vede le scarpe da passeggio dell’arbitro che affondano nel fango mentre si avvicina e annulla la sua meta.</p>
<p>Gli <strong>Originals </strong>perdono quella partita <strong>3-0</strong>, l’unica sconfitta in <strong>quattro mesi </strong>di tournée.</p>
<p>Ma, era meta o no?</p>
<p>Per l’arbitro no, così risulta dal referto, conservato ancora nel museo gallese del rugby, secondo il quale <strong>Deans </strong>poggiò il pallone tra i 6 e i 12 pollici (tra i 15 e i 30 cm) prima della linea.</p>
<p>Quel giorno in tutto il <strong>Regno Unito</strong> non si parlò d’altro.</p>
<p>I giornali dedicarono ampio spazio all’episodio, i testimoni, giocatori, pubblico e giornalisti erano discordi:  nessuno aveva potuto vedere bene.</p>
<p>Per i gallesi non era meta, per il resto del mondo rugbistico si.</p>
<p><strong>Deans </strong>non si diede pace: aveva segnato e poi era stato tirato indietro dal gallese <strong>Gabe</strong>.</p>
<p>Scrisse ai giornali di mezzo mondo, cercò testimoni, persino tra i giocatori gallesi e non si rassegnò mai.</p>
<p>Nessuno, in verità, in <strong>Nuova Zelanda</strong> si diede pace tant’è che, finché il vecchio <strong>Arms&#8217; Park</strong> è stato in piedi, i neozelandesi di passaggio per Cardiff, si facevano accompagnare nel punto esatto in cui era avvenuto “il misfatto” per un breve minuto di raccoglimento.</p>
<p>Quella <strong>meta </strong>resterà nel <strong>mistero </strong>ed entrerà a far parte delle grandi storie e leggende di questo sport.</p>
<p><strong><br />
Bob Deans</strong> morì nel <strong>1908</strong>, a 24 anni, per le complicazioni di una banale appendicectomia.</p>
<p>Si racconta che, sul letto di morte, prima di chiudere gli occhi per sempre, in un filo di voce abbia detto<strong> “Was really try”</strong> (fu veramente meta).</p>
<p>Ma la storia di <strong>Bob Deans </strong>ha avuto un lieto fine, come è giusto che sia.</p>
<p>Ottantatrè anni dopo, nel <strong>1988</strong> un <strong>Nuova Zelanda-Galles </strong>a Christchurch vide l’esordio in maglia nera di un giovane estremo, <strong>Bruce Deans</strong>, pronipote di Bob.</p>
<p>E Bob, da lassù, avrà gioito vedendo un <strong>Deans</strong>, finalmente, segnare una meta al Galles.</p>
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		<title>Diego Dominguez:&#8221;L&#8217;Italia ai quarti, poi porto la World Cup 2015 a Roma&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2007 23:55:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie di rugby]]></category>

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		<description><![CDATA[Diego Dominguez
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se esiste un prototipo umano di capacità manageriale in grado di capitalizzare le proprie potenzialità, questi è <strong>Diego Dominguez</strong>. Lui continua a vincere nella vita anche dopo aver smesso di violentare con i suoi calci, di precisione proverbiale, i pali dei campi da rugby di tutto il mondo. Elencare l’intero <strong>Palmàres </strong>da giocatore è un’impresa.</p>
<p><span id="more-324"></span><br />
Basterà ricordare le <strong>74 presenze</strong> azzurre da leader dell’Italia di George <strong>Coste</strong>.</p>
<p>I <strong>983 </strong>punti messi a segno in azzurro, ai quali vanno aggiunti i 27 segnati con la maglia dell’Argentina prima che scegliesse <strong>l’Italia</strong>, patria della mamma milanese.</p>
<p>I <strong>sei titoli</strong> nazionali vinti in Italia(4, <strong>nell’Amatori Milano</strong> di Berlusconi) e in Francia(2, nello <strong>Stade Français </strong>di <strong>Guazzini </strong>che lo volle a tutti i costi) ed i tre mondiali disputati.</p>
<p>Oggi il <strong>Campione </strong>vive due settimane a Buenos Aires, dove c’è la sua famiglia, e due settimane a Parigi, ma si dice eternamente grato all’Italia.</p>
<p>Ora è un fuoriclasse dello <strong>sport marketing</strong> in due continenti, ma l’impresa più importante – ride – è la famiglia:”Ho tre figli (<strong>Piero</strong>,12 anni, <strong>Sol</strong>, 10 e <strong>Tomas</strong>,7).</p>
<p><strong>Piero </strong>gioca mediano di apertura, è ambidestro e <strong>calcia </strong>già discretamente. Chissà?&#8230;”</p>
<p><strong>Dominguez</strong>, lei fa troppe cose contemporaneamente. Facciamo ordine:”Al momento sono molto impegnato con la <strong>Sportfive</strong>, azienda che si occupa di compravendita di diritti sportivi ed organizzazione di eventi.</p>
<p>Abbiamo aperto una sede a <strong>Buenos Aires</strong> ed io ho la responsabilità dello sviluppo del Sud America.</p>
<p>Seguiamo con grande interesse l’impegno <strong>dell’International Board </strong>per la promozione del <strong>rugby </strong>nei nuovi mercati, tipo l’Africa, dove è stato deciso di formare una selezione di giocatori africani.”</p>
<p>Poi?:”Curo l’organizzazione degli eventi che vedono protagoniste le squadre di <strong>Uruguay </strong>e <strong>Argentina</strong>, mi occupo del rilancio del prestigioso torneo di rugby a 7 di <strong>Punta del Este</strong>, sarò opinionista per tutta la durata della <strong>World Cup</strong> ai microfoni di <strong>Sky</strong>(che ne detiene i diritti in esclusiva per l’Italia, n.d.r.).</p>
<p>Sono <strong>testimonial </strong>di una ditta di abbigliamento casual, insomma, mi diverto molto.</p>
<p>Dopo <strong>20 anni </strong>di rugby giocato ho finalmente la possibilità ed il tempo di trasmettere quello che ho imparato, i valori che il rugby mi ha trasmesso.</p>
<p>Per esempio, tra tutte, la cosa che più mi ha appassionato è stato il Camp che ho organizzato questa estate ad Olbia per avviare i ragazzi al rugby.”</p>
<p>Come se non bastasse:”Sì.</p>
<p>Abbiamo avuto <strong>60 ragazzi </strong>che, grazie agli sponsor, hanno partecipato senza costi per loro.</p>
<p>La metà non aveva mai giocato a rugby ed alla fine del <strong>Camp </strong>molti hanno detto che avrebbero cominciato a settembre. Bellissimo!”</p>
<p>Visto che seguirà la <strong>Rugby World Cup</strong> da commentatore, ci parli <strong>dell’Italia</strong>:”Gli <strong>Azzurri </strong>hanno le carte in regola per raggiungere i <strong>quarti di finale</strong>.</p>
<p>Nessuno pensi che contro la <strong>Scozia </strong>sarà una partita facile, ma l’Italia è nettamente superiore nel pacchetto di mischia, la cui organizzazione è migliorata molto da quando c’è <strong>Berbizier</strong>.”</p>
<p>Lei è stato uno dei leader della squadra di <strong>Coste</strong>. Qual è l’Italia più forte di sempre?:”Non farei paragoni, i tempi sono diversi.</p>
<p>Oggi i giocatori si allenano molto di più, il loro impegno è professionale.</p>
<p>Certamente l’Italia è una delle nazionali emergenti è deve credere fermamente che questo può essere il<strong> “suo” </strong>mondiale.”</p>
<p>Da quando lei ha smesso(<strong>2004</strong>) la maglia <strong>n.10</strong> fatica a trovare un padrone. Cosa pensa del ballottaggio <strong>Pez-De Marigny</strong>?:”Ramiro Pez ha il dono della magia nelle sue giocate.</p>
<p>Credo però che <strong>Berbizier e Cariat</strong> in questo momento preferiscano l’affidabilità e la continuità di <strong>De Marigny</strong>.</p>
<p>Roland è molto solido in difesa, magari si perderà qualcosa in inventiva ma credo che la scelta sia fatta.”</p>
<p>E le altre?:”Per la vittoria finale vedo le due più complete, <strong>Francia </strong>e <strong>Nuova </strong><strong>Zelanda</strong>.</p>
<p>Un gradino dietro il <strong>Sudafrica</strong>, ma non bisogna dimenticare la scuola rugbistica più intelligente di tutte: <strong>l’Australia</strong>.</p>
<p>Con due mondiali vinti, hanno dimostrato di essere sempre pronti per i grandi appuntamenti.”</p>
<p>Con la crescita fisica dei giocatori, pensi possa essere un fattore determinante quello degli <strong>infortuni</strong>?:”Certamente lo sarà.</p>
<p>Oggi i giocatori sono dei veri <strong>superman</strong>, la velocità di base è aumentata e di conseguenza la durezza degli impatti.</p>
<p>Temo si stia perdendo qualcosa in inventiva e <strong>creatività</strong>.</p>
<p>Per questo, prevedo che dopo la <strong>World Cup</strong> ci sarà bisogno di regole per salvaguardare la magia del gioco.”</p>
<p>Già, che succederà dopo la <strong>Rugby World Cup 2007</strong>?:”La World Cup <strong>2011 </strong>in <strong>Nuova Zelanda</strong>!</p>
<p>Scherzi a parte, il rugby conoscerà un ulteriore sviluppo e, ne sono certo, <strong>l’Italia </strong>sarà protagonista.</p>
<p>Per questo sto lavorando seriamente alla possibilità di creare un <strong>comitato </strong>in grado di presentare un’autorevole candidatura per l’organizzazione della <strong>World Cup 2015</strong> in Italia.”</p>
<p>Interessante, ma in Italia non basterà la crescita della nazionale.</p>
<p>Anche il <strong>movimento </strong>deve essere riformato. Cosa ne pensa della possibilità di creare delle <strong>Selezioni</strong>?:”La strada giusta è quella, simile al modello <strong>irlandese</strong>.</p>
<p>Mi pare fondamentale riportare in <strong>Italia </strong>i migliori.</p>
<p>I ragazzi che si avvicinano devono avere i loro eroi a portata di mano, poterli ammirare da vicino.</p>
<p>Ci vorrà la <strong>volontà politica</strong>, ma c’è la concreta possibilità di creare interesse commerciale intorno a <strong>tre o quattro franchigie</strong> cui, secondo me, dovrebbero contribuire e trarne vantaggi la <strong>Federazione</strong>, i <strong>club </strong>e <strong>l’ERC</strong>(Federazione europea dei club).”</p>
<p>Che il Dio <strong>ovale </strong>lo bendica.</p>
<p>Il rugby italiano deve augurarsi che il <strong>Campione </strong>continui a vincere.</p>
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